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Chi eravamo PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Luisa   
domenica 21 settembre 2008
Chi eravamoStamattina ho riletto Chi siamo.

Un flash di ricordi, belli e brutti, in un baleno la storia del mio spazio, che si intreccia alla mia vita, legati da unfilodi -meglio se- lana (anche se ho camminato e sto camminando su un filo di lama -purtroppo non quello dell'animale omonimo-).

Non ho guardato a quando risale l'articolo, ma ho trovato la presentazione lontana nel tempo, come quando si sfoglia un vecchio album di foto e si dice, ah è vero, guarda qui, non mi ricordavo fosse così, ci sono pure loro, che adesso non sono più tra noi (le stoffe, n.d.r.)...Così eravamo. Chi eravamo.

Unfilodi è nato nel contesto della casa di cortile, perchè volevo ricreare lo spazio dove sono nata e cresciuta, dove ho imparato ad amare la lana, ad osservare il lavoro delle donne di cortile, dal senso di comunità che si sentiva nell'aria, la vita scandita da ritmi precisi, sempre uguali.

La mattina, dopo la spesa, sotto casa, dal pustè, i mestè, i lavori domestici, con qualche chiacchera da un balcone all'altro, il solito l'è gemò mesdì, parola d'ordine che faceva rientrare tutte in casa, è già mezzogiorno.

Ogni tanto (spesso) si sentiva da una porta, o dall'altra ul risot l'è tacà giù, per indicare che le chiacchere erano state troppe, ed il risotto sapeva irrimediabilmente di bruciato.

A Carate erano pochi i contadini. Gli uomini lavoravano nelle fabbriche, in particolare alla Formenti, dove c'erano gli altiforni (da bambina questa parola mi incuriosiva, e immaginavo un enorme forno, dove si buttava il carbone e dall'altra parte usciva il ferro colato, in una specie di girone dantesco).

La giornata del nostro paese era quindi scandita dalla sirena dei vari turni -sirena che suona ancora, benchè la fabbrica Formenti non ci sia più da trent'anni-.

Quindi il mezzogiorno era sacro. La sigla de Il Gazzettino padano  (la "Bela gigugin") risuonava di casa in casa, dalle radio gracchianti ed enormi di allora. Gli uomini uscivano dal lavoro e dovevano mangiare in fretta, perchè alla una e mezza riprendevano il turno.

Mio padre aveva lo studio in piazza, il retro era all'interno del cortile (dove lui è nato e cresciuto e dove io sono nata e ci ho abitato fino a quando avevo cinque anni), mia mamma lavorava con lui in ufficio.

Noi avevamo orari differenti dal resto del cortile. Pranzavamo alla una, se tutto andava bene, spesso alla una e mezza, ora che il paese, dopo un brulichìo di biciclette e motorini, si svuotava di nuovo.

Io, quindi, nel frattempo. avevo già mangiato dalla zia Maria, dalla zia Antonietta o da qualche altra zia (le chiamavamo tutte zie, noi bambini, le donne del cortile) quel famoso risotto bruciato -almeno uno c'era sempre- e mi ero fatta almeno due o tre "puccini" col pane (vedi sotto).

Il pomeriggio era il momento più bello della giornata. Fuori le sedie sulle ringhiere, le donne facevano la maglia. Le donne caratesi hanno sempre avuto questa passione, come quelle di Cantù per il tombolo.

Facevano la maglia e i pettegolezzi non si sprecavano. Quelli più piccanti si dicevano a bassa voce, ma quella della ringhiera di fronte voleva sapere anche lei, così il segreto doveva essere gridato -ah, se ci fosse stato il garante della privacy!-.

Allora (altro flash, in nome del padre ed nel suo ricordo, domani sono 27 anni che non è più con me) mio papà si affacciava nel cortile a dire la sua battuta o la sua versione dei fatti. Sciur Carlo, sel dis cusè...Signor Carlo, cosa dice! Ilarità generale, dopo l'imbarazzo iniziale. Mio papà sapeva raccontare bene le storie, era divertente e dissacrante, ironico quel tanto che basta...-ciao, papà-.

La zia Maria era specializzata, oltre che nel risotto giallo, negli scalfitt, calze, e nei gipunin, maglie intime. La zia Antonietta faceva i pucitt (ossobuco o spezzatino in umido, dove si poteva "pucciare" il pane) e i centrini all'uncinetto, il punto croce, ma con la lana, quindi il mezzopunto, non me lo ricordo chi lo facesse, forse la Maria Rizulina -soprannome per indicare i suoi capelli ricci, da ragazza-, oltre a idem come sopra, con patate, però.

Sembravano vecchie, le donne di allora, in effetti erano poco più che quarantenni, e forse questo retaggio mentale, dovuto all'immagine che avevamo di loro, noi bambini, ha fatto sì che si associasse poi la maglia alla nonna.

Alle sei (anche adesso a Carate c'è l'usanza di dire -oltre a l'è gemò mesdì-  in gemò ses ur, sono già le sei) le sedie una dopo l'altra sparivano, il cortile si zittiva.

Questo silenzio lo portai con me quando andammo via dal cortile e venni ad abitare qui, dove sono ora, avevo cinque anni (ed il vuoto, più che sentirlo, lo rivedo ancora, io bambina dietro i vetri a piangere e a rimpiangere la mia vecchia casa).

La storia di Unfilodi è simile alla mia, dopo cinque anni, dal cortile alla casa, tanto odiata all'inizio ed al contempo amata.

Silenzio -ma ora lo sento come ritrovamento di una pace interiore, come una riconciliazione con la mia casa, e non come abbandono o torto subìto- rotto dall'arrivo delle corsiste e delle clienti.

E poi ci siete voi che entrate in questa casa virtualmente e siete tante, ottocento in un giorno, e devo ricevervi al meglio, devo fare come mio papà e ogni tanto smettere di lavorare e fare capolino a dire la mia.

E tante volte, altro che risotto attaccato!

P.S. Metto in alto una foto molto datata di mio papà con me, piccolina, in cortile -sono poche le foto che ho di lui, odiava farsi fotografare-. 

Cosa c'entra, direte. Beh, devo soprattutto a lui se Unfilodi è nato e può crescere e avere una casa tutta sua.

Perchè sono sua figlia e mai come ora vedo i tratti ed i percorsi mentali che ci accomunano, poi per una sorta di riconciliazione con lui.

Non ho mai pianto la sua morte, perchè non l'ho mai perdonato di avermi lasciato sola, di non essere stato abbastanza forte da reggere al dolore della malattia di mia mamma -è morto dopo sei mesi d'infarto-.

Non riuscivo a perdonarlo di avermi "strappata" dal cortile. Ora l'ho fatto io, metaforicamente e simbolicamente, con Unfilodi.

Sono finalmente a casa, nella casa che fece per me mio papà.

In Chi siamo dedicai Unfilodi alle donne di cortile, ora la Knit-House Unfilodi è dedicata a mio padre, interamente a lui.

Che ci crediate o no, sto piangendo.


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Commenti (6)
1. 28-02-2009 17:38
E' stato un brivido continuo leggere questo articolo Lulu'. Mi hai commosso e mi sento molto vicina a te La ricerca di pace interiore è cio' che perseguo ogni giorno. Un forte abbraccio.
Registrato
Alerita
2. 28-02-2009 17:38
Commovente, Lulù, e coinvolgente. Sai scrivere molto bene. Mi hai riportato indietro alla mia fanciullezza, anche se io non avevo la ringhiera ma il cortile con tanti bambini chiassosi che giocavano. Ebbene, ci credi o no, ho pianto anch'io.
Registrato
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3. 28-02-2009 17:38
Leggere queste parole ha risvegliato in me antichi ricordi, antichi dolori. 
Non ho avuto una casa di ringhiera, perché a Roma non si usava, ma sono nata e vissuta in una casa popolare in un quartiere di lavoratori. Anche per me le giornate erano scandite dal ritmo dei lavori e delle chiacchere del cortile, da noi le comari pettegolavano affacciate alle finestre con la scusa di guardare i bambini che giocavano in cortile, un occhio al sugo e una chiacchera con la Sora Pina del terzo piano! 
E nel pomeriggio sotto gli alberi del cortile con il lavoro a maglia, l'uncinetto o il cucito, si continuava a parlare di tutto e di più. 
si, sono ricordi anche della mia lontana infanzia, anche per me questo mondo incantato è stato bruscamente interrotto dalla malattia prima e dalla morte poi della mia mamma. E poi il triste abbandono di tutto questo mondo con l'abbandono anche del mio papà. Per me sono passati 40 anni dalla loro morte, ma se chiudo gli occhi rivedo i loro sorrisi che mi illuminano così come li vedevo a otto anni e questa immagine non potrà  portarmela vi anessuno più. 
un abbraccio Lulu, e tieni stretti i tuoi ricordi e guarda le foto della tua storia. 
con affetto miri
Registrato
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4. 28-02-2009 17:37
Mio padre, per motivi di lavoro, mi ha portata in giro per il mondo, i ricordi della mia infanzia li ho ovunque e in nessun luogo, non mi ha dato una casa e modo di mettere radici ed è forse l'unica cosa che gli rimprovero (ma l'ho già perdonato da tempo). 
Non è più tra noi da 20 anni e sebbene spesso penso a lui, leggendoti ho rievocato sensazioni, pensieri ed emozioni sopiti, grazie Lulù.
Registrato
gio398
5. 28-02-2009 17:36
Il ricordo è l'unica possibiltà  che ci è concessa per cercare di trattenere ciò che ci è stato sottratto o chi non è più tra noi o i momenti che abbiamo vissuto... 
Non si può, tuttavia,vivere solo del passato, c'è un presente ed un futuro incombente, tutto da scoprire. Sappiamo, però, che ci possiamo rifugiare in quell'angolo tutto e solo nostro, in qualsiasi momento, senza che nessuno lo sappia. E riviverlo, riassaporandolo.
Registrato
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6. 28-02-2009 17:29
Bellissimo questo tuo intervento. Non ho avuto la possibilità di vivere un'infanzia a contatto di tante altre persone e devo dire che questo mi manca. In particolare mi manca la condivisione bonaria ed amichevole della quotidianità, la possibilità di sferruzzare e ricamare o cucinare chiaccherando con altre donne. 
Mi consolo, a volte, pensando però che queste situazioni possono essere anche meno idilliache, le donne, si sa, possono essere anche veramente un po' streghe! 
Avere bei ricordi è comunque una grande ricchezza,la malinconia che a volte li accompagna ci aiuta a riflettere sul nostro presente. 
Grazie!
Ospite
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